Al Teatro Bellini dal 30 settembre al 4 ottobre
Come ci lascia presumere già dal titolo, l’Amleto che Filippo Timi porta in scena è un matto al quadrato. Il fool shakespeariano incontra una comicità moderna, vicina al presente per riferimenti e interpretazione, anche se non strettamente contemporanea: i richiami alla cultura pop appartengono spesso, ma non esclusivamente, a chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta. Si intravede così un certo pubblico di riferimento, ma anche il tocco e il gusto personale di Timi, che finisce per parlare, almeno in parte, anche di sé.
Tra momenti di lucida follia si alternano le battute originali del Bardo, ben intrecciate a una riscrittura che denuncia spietatamente la condizione dell’uomo, desideroso di far festa, allontanare la morte e godere dei propri lussi, continuando a negare la fragilità dei valori a cui si aggrappa e della propria stessa esistenza, nonostante secoli di storia abbiano già dimostrato quanto siano effimeri. La scenografia lo mette bene in mostra: non siamo che animali e faremo la fine degli animali. La differenza è che il circo che ci imprigiona l’abbiamo voluto noi.
Ci mettiamo in mostra su un palco, o sulla scena della vita, per un divertimento che ci fa sentire superiori, quando basta un matto per svelare quello che realmente siamo. Non è un caso, infatti, che il pubblico rida delle stramberie dell’Amleto timiano: riconosce, attraverso di lui, il nostro naturale essere ridicoli.
I corpi degli attori ( Filippo Timi, Marina Rocco, Elena Lietti, Gabriele Brunelli, Mattia Chiarelli ) sono immensi, capaci di abitare interamente lo spazio. Sembra esserci una buona dose di improvvisazione, un divertimento consapevole, una piena coscienza delle proprie abilità e di ciò che la scena può offrire. Anche l’alternanza delle scene contribuisce a questa costruzione visiva. L’apertura e la chiusura del sipario, in più punti, producono quasi la sensazione di una fotografia, come scatti di momenti di vita, follia e dolore. La scena della morte di Ofelia, interpretata da Elena Lietti, è cruda e felliniana: il corpo appeso a un triangolo ricorda l’immaginario di Giulietta degli spiriti del 1965.
A fare da manforte al piacere portato sul palco è probabilmente anche l’onestà con cui gli interpreti prendono in giro l’opera stessa e il teatro in sé. «Potrei andare avanti all’infinito», dice Timi nei panni di Amleto mentre ripete una battuta e una sequenza di movimenti ormai riconoscibili e incalzanti, che mantengono il pubblico vigile e partecipe.
Le continue battute lasciano intendere che i personaggi conoscano perfettamente la storia prima ancora di viverla, perché l’hanno già vissuta mille volte. È qui che l’anima del personaggio si fonde con il vissuto dello spettatore, nuovamente chiamato in causa: di Amleto, dopotutto, ne ha già visti e rivisti in scena.
Si esprime così il gioco metateatrale, attraverso analisi che normalmente appartengono allo studio dell’opera e che il testo lascia soltanto intuire. La messinscena porta alla luce, per esempio, l’impossibilità di Amleto di compiere la propria vendetta se non attraverso un goffo errore e offre un approfondimento particolarmente intelligente del ruolo di Gertrude. Vengono dichiarati anche meccanismi propriamente scenici, come la necessità di riempire un buco durante un cambio scena. La forza dello spettacolo sta proprio nel rendere tutto esplicito senza mai cadere nel didascalico.
Non mancano i riferimenti alle opere che hanno segnato la storia dell’Amleto teatrale, il richiamo è in particolare alla Gertrude di Lucia Poli, che nella mise en scène di Bene si toglie ripetutamente la vita bevendo il veleno per poi risorgere, in un gioco che si protrae fino a quando non rimangono che gli applausi. Un meccanismo che Timi riprende affidandolo a Marina Rocco, che apre e chiude lo spettacolo con instancabile energia.
Molti di questi riferimenti sono apprezzabili fino in fondo soprattutto da chi conosce la storia del teatro, ma la messinscena riesce contemporaneamente a renderli leggeri. Per un pubblico che non li riconosce rimane un senso di scombussolamento, comprende che qualcosa è accaduto senza riuscire necessariamente a chiarsi che cosa. D’altronde, il teatro non deve essere spiegato, e proprio per questo lo spettacolo riesce a travolgere spettatori differenti.
Amleto² , prodotto dal teatro Franco Parenti di Milano, è in questo senso uno spettacolo decisamente estetico, virtuoso, folle e provocatorio, che sembra divertirsi a mostrare tanto la propria artificiosità quanto il proprio piacere di stare in scena.
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