Recensioni

MEDEAMATERIAL di Heiner Müller regia Federica Amatuccio

2 ottobre – Ridotto del Teatro Mercadante, Napoli

Ave Medea, progetto di ricerca che Diade porta avanti dal 2024 a partire da Medeamaterial di Heiner Müller, è una preghiera generativa, collettiva e poetica che attraversa il teatro per spingersi verso la musica, la poesia e l’installazione performativa. Un’opera che più che raccontare costruisce un paesaggio, e dentro questo paesaggio colloca Medea, la sua voce, il suo corpo e la tragedia come una forma ancora viva della condizione umana. Lo spettacolo, prodotto da Teatro Dioniso / Diade, è diretto da Federica Amatuccio, con Eugenia Galli ed Emiliano Albor Boscato in scena.

Inserito nel programma del TXT Festival di Napoli, Ave Medea si confronta con Medeamaterial di Heiner Müller, testo radicale e frammentario che, attraverso la figura di Medea, riscrive il mito tragico portandolo dentro le fratture della contemporaneità. Il TXT Festival, dedicato alle nuove scritture e ai linguaggi della scena contemporanea, è un contesto di ricerca e sperimentazione in cui teatro, performance e nuovi dispositivi espressivi possono dialogare e trovare forme non convenzionali. È dunque significativo che proprio all’interno di questo spazio trovi posto un progetto che, dal 2024, attraversa il testo di Müller trasformandolo in un’esperienza che supera i confini della rappresentazione teatrale.

La regia costruisce una scena spoglia, brutale e solenne, una sorta di camera del segreto, il luogo in cui la tragedia sembra essersi consumata e continuare a consumarsi. Una selva di sessanta aste microfoniche nere compone un volume architettonico mutevole: linee spezzate, vuoti, tensioni verticali, riflessi e profondità. Sono aste prive di microfono, strumenti a cui è stata sottratta la loro funzione e che proprio per questo diventano presenze surreali, possibilità sospese. Puntelli contro le rovine di una landa desolata, ma anche una gabbia, un tempio, un’architettura effimera che continuamente si trasforma.

È all’interno di questo spazio che la parola di Müller assume una dimensione particolare. Non è soltanto qualcosa da comprendere, ma qualcosa da ascoltare, attraversare, talvolta persino perdere. La voce diventa materia sonora, si intreccia con il silenzio, con la ripetizione e con la ridondanza, assumendo quasi la dimensione di un testo sacro. Il suono e il modo di rinunciare alla parola, di ascoltarla e trasformarla, sostengono una dimensione che non è soltanto teatrale, ma anche visiva e immersiva.

Eugenia Galli ed Emiliano Albor Boscato costruiscono una relazione in cui i corpi sembrano appartenersi e, allo stesso tempo, riflettersi come alter ego. Il loro movimento è strettamente legato allo spazio e alla sua continua trasformazione: sono dentro la struttura e contemporaneamente sembrano esserne generati. La scenografia non è dunque un semplice elemento che accoglie l’azione, ma diventa parte integrante della drammaturgia, uno spazio vitale che si deforma e prende forma insieme alle parole.

Le aste, nella loro disposizione, diventano gabbia e apertura, confine e passaggio. La sensazione è quella di entrare progressivamente nell’architettura della scena, fino a percepirsi parte di essa, quasi prigionieri di un paesaggio che però continua ad aprire delle soglie.

In questa dimensione Medea non è soltanto il personaggio tragico che conosciamo da secoli, ma diventa uno sguardo sul presente. Le sue parole ci conducono verso la periferia della narrazione, là dove il dramma individuale si allarga fino a diventare paesaggio collettivo, riflettendo le fratture e le rovine del mondo contemporaneo.

La composizione sonora e il sound design accompagnano questa costruzione scenica senza sovrapporsi alla parola, ma amplificandone le possibilità. È proprio nell’incontro tra regia, interpreti, suono e spazio che Ave Medea trova la propria forma: non una semplice rilettura della tragedia, ma un’esperienza in cui parola, corpo, suono e scenografia diventano un unico paesaggio.

Un’opera affascinante perché non cerca una sola forma di comprensione, ma invita ad ascoltare, guardare e attraversare, lasciando che siano le parole, i suoni e i corpi a costruire lentamente il senso di una tragedia che, ancora oggi, continua ad avere qualcosa da dire.

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