Al Teatro Mercadante il 2 ottobre
Anche il modo di augurare “buona visione” può diventare teatro. Una voce maschile e poi una femminile si contendono con delicata ironia lo spazio dell’annuncio, in un piccolo gioco drammaturgico che restituisce subito quella cifra ormai riconoscibile della direzione di Pier Lorenzo Pisano, fatta di un’attenzione al testo che non si esaurisce nella sua messa in scena, ma lo considera un organismo vivo, capace di attraversare e modificare lo spazio che lo accoglie.
Si apre così la prima edizione del TXT Festival – Il piacere del testo, con Tracce di Crimp. Sul palco del Mercadante, l’incontro tra Pisano e Martin Crimp accompagnato dalle letture in anteprima di Uomini addormentati, il nuovo testo del drammaturgo britannico pubblicato in Italia da Editoria & Spettacolo.
È proprio dalle parole dei personaggi che comincia a emergere il modo in cui Crimp guarda alla scrittura. I suoi personaggi non sembrano abitare una realtà già data, ma contribuire a crearla mentre parlano. La parola modifica continuamente il terreno sul quale si muovono e costringe anche chi scrive a seguirli senza sapere con certezza dove approderanno. Per Crimp, dunque, l’improvvisazione non appartiene soltanto agli attori: è già dentro la scrittura.
«Tu pensi che io ragiono prima di parlare?», dice il personaggio di Giulia interpretato da Valentina Acca. Una domanda che è anche una dichiarazione di poetica. Non tutto ciò che accade sulla pagina deve essere stato previsto in anticipo: la scrittura può diventare il luogo in cui le possibilità si aprono, si contraddicono e costringono l’autore a mettersi a sua volta in difficoltà.
Uomini addormentati nasce, per la prima volta nel percorso di Crimp, pensando direttamente a degli interpreti. Dei quattro attori, due erano teatranti con cui aveva già collaborato e un altro l’aveva conosciuto nel bar del foyer di un teatro. Anche il processo di creazione, dunque, sembra rispondere alla stessa natura mobile dei suoi testi, dove la forma non è mai completamente separata dagli incontri fortuiti.
Nel corso del dialogo con Pisano, Crimp torna più volte sulla questione dei limiti. La provocazione è quella di uno scrittore davanti all’infinita possibilità della scrittura: si può davvero dire tutto? La risposta è più complessa. I limiti esistono, ma non coincidono necessariamente con quelli che immaginiamo. Non tutto può essere detto, perché una certa concretezza e una certa coerenza devono continuare a sostenere i personaggi. È proprio dentro questa tensione che la scrittura può permettersi di spingersi altrove.
Un’importante fonte di ispirazione per questa nuova drammaturgia di Crimp è stata Chi ha paura di Virginia Woolf? di Albee, per esempio nella sua struttura a due coppie, una più giovane e una più anziana, ma sperimenta il loro incontro in un presente diverso, nel quale anche le donne occupano pienamente lo spazio della carriera e del potere. È una drammaturgia che conserva il gusto per lo scontro, per la parola come arma e per le relazioni che si deformano mentre vengono pronunciate.
Crimp racconta di avere un interesse per la numerologia e torna più volte a Bach, musicista al quale riconosce una capacità quasi matematica di costruzione. La musica, dice, gli permette anche di sottrarsi per un momento al peso della scrittura, proprio perché lì può essere un esecutore; eppure questa stessa disciplina gli suggerisce un altro modo di intendere la libertà. Darsi dei limiti significa anche costruire uno spazio nel quale poter rischiare.
Un esempio particolarmente significativo dell’importanza dei numeri nella scrittura di Crimp è Not One of These People, composto da 299 voci e interpretato dallo stesso autore. Sono 299 monologhi, lunghi da una sola frase a due pagine, suddivisi per categorie, in cui le identità si moltiplicano e personaggi e situazioni sembrano tornare, contaminarsi, finire dentro meccanismi già incontrati altrove. La struttura diventa così essa stessa un gioco di possibilità, una sequenza di opzioni che obbliga a fare i conti con le conseguenze di ciò che è appena accaduto. È proprio la natura relazionale del teatro, osserva Crimp, a distinguerlo dalle altre forme d’arte: a teatro non si parla mai soltanto per sé, ma si produce sempre un’azione che genera una reazione. «So che esistono anche i monologhi», precisa con simpatia, ma anche in quel caso la parola non si compie mai in assenza di un pubblico.
Da qui la domanda di Pisano sul rapporto tra l’universo esterno e quello interno dello scrittore. Crimp risponde attraverso un’immagine: ognuno possiede una propria città interiore, fatta di giardini, condomini, giostre, luoghi che possono essere condivisi con gli altri ma che appartengono prima di tutto alla propria esperienza. Quando ha scritto The Country e poi The City, racconta, voleva che i due testi fossero quasi in opposizione; eppure, inevitabilmente, hanno finito per incontrarsi e concatenarsi.
Dove può sembrare che ci sia una certa dote profetica per chi scrive, come nel caso di Fewer Emergencies, scritto il 10 settembre 2001, alla vigilia degli attentati alle Torri Gemelle, e poi inevitabilmente riletto alla luce di ciò che sarebbe accaduto il giorno successivo, Crimp ricorda la metafora di un autore giapponese: chi scrive è come il canarino mandato in miniera ad annusare l’aria. Se il canarino mostra i primi segni di intossicazione, significa che l’aria non è più pulita. Non si tratta allora necessariamente di prevedere ciò che accadrà, ma di possedere una sensibilità abbastanza precisa da intercettare le connessioni prima che diventino evidenti.
Crimp lascia infine il Mercadante con una difficoltà e, insieme, con una possibilità. Non esiste un consiglio valido per tutti i giovani autori, perché ogni percorso deve trovare la propria forma. Ma esiste la necessità di credere che la scrittura possa davvero fare tutto, purché sappia costruire quella corda tesa tra due punti e abbia il coraggio di lasciare che, nel mezzo, qualcosa accada.
La metafora che offre ai giovani autori è quella di una corda tesa tra un punto A e un punto B. Dentro quella corda, tutto può scorrere. È una figura semplice, ma restituisce bene l’idea di una scrittura che non ha bisogno di scegliere tra struttura e possibilità: ha bisogno di entrambe.
A dare voce agli estratti di Uomini addormentati sono state Valentina Acca, Andrea Renzi, Francesca Cercola e Antonio Elia. Una lettura in cui l’interpretazione ha trovato forza anche nelle pause e nei silenzi, lasciando che fossero i toni e le luci a costruire progressivamente un’atmosfera sospesa, quasi fiabesca. Per qualche istante, più che assistere alla presentazione di un testo, si è avuta la sensazione di entrare dentro una storia ancora in divenire.
Il viaggio del TXT Festival prosegue anche fuori dal palco, con le installazioni curate da #CuoreDiNapoli che accompagneranno l’intera manifestazione. Tra le prime, un dispositivo che raccoglie una frase per rendere il mondo un posto migliore, la stampa al momento dell’invio e la traduce poi in codice binario; accanto, un invito a guardare attraverso un ritaglio di un volantino con il prompt «Generami la gioia più grande che ho». Un assaggio di un percorso che invita a scoprire, installazione dopo installazione, gli altri modi in cui il Festival continuerà a interrogare il rapporto tra parole, persone e possibilità.
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