Recensioni

Lenny – ipotesi di un omicidio, di e con Antonello Avallone

Al Teatro Marconi di Roma dal 22 ottobre al 8 novembre

Ci sono storie che riescono ad interrogare il presente attraverso il passato, senza bisogno di forzare parallelismi o di attualizzare a tutti i costi ciò che raccontano. Lenny Bruce, ipotesi di un omicidio sembra trovare proprio in questa capacità una delle sue qualità più interessanti: rimanere profondamente dentro il tempo del suo protagonista, gli anni 50, e, allo stesso tempo, restituirci un’immagine tutt’altro che lontana dalla nostra contemporaneità.

Lo spettacolo è scritto da Giuseppe Pavia, diretto e interpretato da Antonello Avallone, affiancato in scena da Riccardo Bàrbera, Giulia Di Quilio, Giuseppe Renzo, Flaminia Fegarotti e Francesca Cati.

Dopo il debutto dello scorso anno e una tournée in Italia, lo spettacolo torna in scena al Teatro Marconi di Roma dal 22 ottobre all’8 novembre, con una permanenza di tre settimane. Una scelta che va in controtendenza rispetto a una programmazione sempre più spesso scandita da permanenze brevi, in cui all’arte viene concesso un tempo sempre più ridotto per incontrare il pubblico e sedimentare. L’intesa tra il regista e il teatro si rivela felice proprio perché restituisce valore a questa possibilità: lasciare che uno spettacolo si ripeta, circoli, raggiunga persone diverse e trovi il tempo di agire.

Lenny Bruce, interpretato dallo stesso Avallone, è considerato uno dei padri fondatori della stand-up comedy americana e si afferma negli Stati Uniti degli anni Cinquanta come una presenza scomoda. Agli esordi, la sua comicità si muove entro forme più tradizionali, tra imitazioni e sketch, poi si trasforma progressivamente in uno strumento di denuncia. Bruce porta sul palco le contraddizioni della società, ne espone le ipocrisie e mette in discussione i confini di ciò che può essere detto. Un tentativo di restituire dignità a persone, culture e credenze marginalizzate, in un contesto attraversato da discriminazioni e violazioni dei diritti.

In questo cortocircuito Bruce viene accusato di oscenità mentre cerca di denunciare le oscenità del mondo che lo circonda. Lo spettacolo si apre senza suspense: Lenny Bruce è già morto. Il titolo suggerisce fin da subito che quella fine potrebbe non essere stata soltanto il risultato di una vicenda personale, e lo spettacolo non si propone tanto di costruire un giallo quanto di ricostruire le condizioni che hanno accompagnato la fine dell’artista. Il racconto procede a ritroso, per raccontare le origini del successo del comico, come egli abbia ricercato la sua cifra nella forza delle parole, gradualmente sempre con maggiore consapevolezza. La vera domanda che aleggia sulla scena, dunque, non è chi abbia provocato la morte del comico, ma quale mondo abbia contribuito a condurlo fin lì.

Attorno a lui prende forma un universo fatto di avanspettacolo, burlesque, canto e luci patinate (curate da Manuel Molinu) , ma anche di difficoltà economiche, dipendenze e rincorse al denaro. Dietro il fascino di un ambiente che sembra vivere di eccessi e libertà elegantemente reso dalla scenografia di Alessandro Chiti e dai costumi di Red Bodò, emergono precarietà e abbandono. Le istituzioni, anziché offrire sostegno a chi si trova in difficoltà, finiscono per accanirsi proprio contro chi non dispone degli strumenti per uscirne. È particolarmente efficace, in questo senso, il paradosso che riguarda la compagna di Bruce, Honey Harlow (Giulia Di Quilio): salvata da un incidente grazie alla morfina, si ritrova poi a dover affrontare una disintossicazione senza avere le risorse economiche necessarie. La società pretende che si curi, ma non le offre i mezzi per farlo.

Talvolta registrazioni audio a restituiscono la presenza della platea, rendendo più esplicito il rapporto tra Bruce e chi lo ascolta; più spesso, però, è l’intera costruzione scenica a produrre questa sensazione. Si ha l’impressione che quelle parole siano pronunciate direttamente agli spettatori, che non ci sia una distanza rassicurante fra ciò che accade sul palco e chi lo osserva. L’attenzione rimane viva perché il testo sottolinea come ogni discorso di denuncia ha bisogno di qualcuno disposto ad ascoltarlo.

In questo senso, l’interpretazione di Antonello Avallone si distingue per sagacia. Il personaggio è restituito con intelligenza e capacità di coinvolgimento, senza perdere di vista la complessità dell’uomo dietro il comico. A dare ulteriore spessore alla rappresentazione sono i monologhi originali di Bruce, tra cui quello celebre costruito sulla ripetizione del termine “negro” fino a svuotarlo di significato. Sottrae all’insulto il potere di ferire.

Questi momenti trovano posto in una macchina scenica estremamente compatta, in cui ogni elemento sembra rispondere a una precisa intenzione. Non si avvertono sbavature, tempi morti o passaggi fuori luogo. Una qualità che rende lo spettacolo piacevole da seguire e che, tuttavia, lascia affiorare anche una piccola curiosità: come sarebbe stato vederlo concedersi qualche imperfezione in più, qualche sporcatura capace di incrinare una costruzione tanto accurata? È una domanda che non compromette la riuscita complessiva, ma nasce proprio dalla solidità del lavoro, dalla sensazione che ogni ingranaggio sia stato predisposto con estrema consapevolezza.

Lenny Bruce, ipotesi di un omicidio sceglie dunque di non affidare la propria forza alla ricerca del colpo di scena. La denuncia è già nella struttura del racconto, nella ricostruzione storica e nelle parole di un artista che ha fatto della comicità un mezzo per smascherare le contraddizioni del proprio tempo.

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