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Francesco Di Leva dialoga con Lino Musella – – 120 anni dalla nascita di Visconti, Speciale Quadro 2026

Alla Villa La Colombaia di Visconti – Forio D’Ischia – il 4 novembre

Una volta per il teatro si litigava. Nascevano confronti nei camerini, nelle trattorie dopo le prove, nei centri culturali: c’era quella confusione creativa che portava gli artisti a misurarsi e mettersi in crisi a vicenda. Lino Musella e Francesco Di Leva sentono la mancanza di questi scontri, quasi li reclamano. Il 4 novembre alla Villa La Colombaia, nella seconda giornata dello Speciale QUADRO per i 120 anni dalla nascita di Luchino Visconti, si concedono quello che oggi sembra un lusso: il tempo di confrontarsi. Il dialogo tra Di Leva e Alessandro Preziosi si era chiuso sul silenzio e sul saper stare dentro le cose, senza fretta. Questo incontro riparte da lì per arrivare a ristabilire una distinzione: quella tra visibilità e valore.

Visconti è il padrino ideale. Aristocratico di nascita e comunista per convinzione, ha dimostrato che la contraddizione, se lavorata con rigore, diventa stile. Musella ritrova quel rigore nei registi delle generazioni precedenti con cui ha lavorato. Su tutti Marco Bellocchio, capace di spostare un personaggio di un solo millimetro: un’operazione, spiega, molto più difficile che stravolgerlo da cima a fondo.

Il bambino, però, viene prima dell’attore. Di Leva lo sa: quando costruisce un personaggio parte dall’infanzia, perché chiunque, il più nobile come il più ignobile, è stato un bambino. Per questo chiede a Musella di ritrovare il suo. A quindici anni Lino è ragazzo di bottega di Guglielmo Guidi, in quello che lui stesso chiama un «apprendistato all’antica italiana»: lì non incontra soltanto il palcoscenico, ma un’intera comunità di persone e di mestieri. Della prima volta dietro le quinte ricorda una cosa molto semplice: lì dentro c’erano persone che si volevano bene. È un pensiero genuino da ragazzo, eppure contiene già tutto: la capacità del teatro di tenere insieme le persone. È il primo indizio politico della serata, e arriva travestito da ricordo d’infanzia.

Per Di Leva il suo primo approccio con il teatro nasce da una provocazione. Da giovanissimo un insegnante gli affida Lassammo fa’ Dio da recitare davanti alla classe e lo sfida a non fargli fare brutta figura. All’inizio non c’è la vocazione, ci sono il gioco e l’ironia. Del resto, osserva Musella, all’arte ci si avvicina per un’urgenza: qualcosa che nella vita di tutti i giorni non si riesce ad esprimere e che sulla scena prende forma.

Poi c’è il mestiere, che è fatto anche di attesa. Di Leva nota che Musella non sembra preoccuparsi di come dire una battuta. Musella conferma: ha imparato a cercare l’orecchio più che la voce, anche per necessità, perché quasi completamente sordo dall’orecchio sinistro. La voce diventa una conseguenza dell’intenzione. Di Leva risponde con un aneddoto. Una sera, quasi afono, è in scena con Luca De Filippo e urla ogni battuta per paura di non arrivare. A fine replica De Filippo lo raggiunge in camerino, non per redarguirlo, ma lo rassicura: il pubblico non se n’è accorge. Poi, senza preavviso, comincia a parlargli di pesca subacquea, uno degli argomenti più cari al capocomico. Di Leva lo ascolta senza capire dove voglia arrivare, ma intanto smette di pensare a sé, e la voce torna. Da allora quel problema non si è più ripresentato: non era questione di voce, ma dell’intenzione con cui si affronta la scena e l’intenzione, in teatro, è sempre rivolta a qualcuno.

Così il confronto si allarga dalla dimensione individuale alla funzione del teatro e al suo rapporto con la politica. Per Musella il teatro nasce politico: è una comunità che si raduna e che, ogni volta che il pubblico entra in sala, si rinnova. Detto da questi due attori, non è uno slogan. Di Leva ha fondato insieme ad Adriano Pantaleo e Giuseppe Miale di Mauro il NEST – Napoli Est Teatro: una palestra scolastica abbandonata di San Giovanni a Teduccio diventata teatro e presidio di comunità. Musella, ritirando quest’anno il David di Donatello, ha promesso di esporsi sempre in scena e nella vita e ha chiuso il discorso con un appello per la Palestina. Quando parlano di teatro civile, insomma, parlano di qualcosa che fanno.

Proprio per questo non fanno sconti. La domanda di un teatro che interroghi il presente c’è ancora, dice Musella. È cambiato il modo in cui la cronaca sale sul palco. Sempre più spesso sono i giornalisti a raccontare l’attualità in scena, davanti a un pubblico già sommerso di notizie tutto il giorno. Nessuna censura, precisa: chiunque ha diritto di portare la propria storia in teatro. La cronaca, però, per diventare teatro, va tradotta e attraversata da una scrittura e da una ricerca scenica, altrimenti resta un telegiornale con il sipario.

Dopo la pandemia il pubblico che aveva nostalgia dello spettacolo dal vivo, mentre il cinema ha avuto un rientro nelle sale più tardivo. Ad ogni modo Lino Musella ritiene che il cinema èmesso assolutamente meglio del teatro. Si producono molti film di grande qualità in Italia, purtroppo per il teatro non si può sempre dire lo stesso. Girano spettacoli vuoti che occupano cartelloni e date senza averne particolare merito, e tolgono spazio a chi lavora con cura. Anche questa è una questione politica, nel senso più concreto: chi decide cosa va in scena, e con quali criteri? Musella lo riassume con un rovesciamento. Un tempo a un giovane artista si diceva: «Sei bravo, speriamo che avrai successo». Oggi bisognerebbe dirgli: «Hai avuto successo, speriamo che diventerai bravo».

Consigli per chi vuole cominciare? Nessuno, perché ogni percorso fa storia a sé. Piuttosto un’indicazione per chi questa strada l’ha già presa: coltivare il mestiere anche quando il telefono non squilla. Le attese tra un lavoro e l’altro non sono tempo perso. Sono il tempo in cui si studia, si impara a memoria, si osserva e si trasforma la vita in materiale. Di Leva cita Il codice dell’anima di James Hillman e la sua ghianda, il seme che ognuno porta dentro e che va nutrito ogni giorno, senza gesti eroici.

Si torna così al bambino da cui si era partiti, quello che entra in un teatro e vede gente che si vuole bene. Una comunità, appunto, che per restare viva ha bisogno di qualità, di pazienza e di qualcuno disposto a dire che non tutto ciò che va in scena merita di starci. Visconti, aristocratico e comunista, avrebbe apprezzato: per una sera, a Forio, si è tornati a discutere.

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